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La Cerimonia del Tè

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Codificata definitivamente alla fine del XVI secolo dal monaco buddhista zen Sen no Rikyu (1522-1591), maestro del tè di Oda Nobunaga, la Cerimonia del Tè è senza dubbio una delle arti tradizionali orientali più note nel mondo.
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Il maestro Sen no Rikyu, che riprese la tradizione fondata dai monaci zen Murata Shuko (1423-1502) e Takeno Joo (1502-1555), definiva la pratica del Cha no yu (letteralmente: acqua calda per il tè) detta anche Chado (Via del tè) riassumendola nelle Sette Regole, che costituiscono il vero senso della cerimonia:

  • Fai una deliziosa ciotola di tè.
  • Disponi la carbonella in modo da scaldare l'acqua.
  • Arrangia i fiori come lo sono nei campi.
  • D'estate, evoca la freschezza; d'inverno, il calore.
  • Precorri in ogni cosa il tempo.
  • Preparati alla pioggia.
  • Dedica ai tuoi ospiti la massima attenzione.


La pianta del tè, nel suo utilizzo matcha, fu importata nel 1191 dal monaco tendai Eisai il quale, rientrato da un pellegrinaggio in Cina, riportò in patria alcune piante di tè; nel 1282 si tenne nel tempio Saidai-ji di Nara la prima cerimonia Ochamori nell'ambito della quale venivano evidenziati gli aspetti spirituali della Cerimonia del tè. Secondo la tradizione, la nascita della Cerimonia del tè in Giappone avvenne nel Ginkaku-ji (Padiglione d'argento) a Kyoto.


Difatti, poco dopo la sua diffusione in Giappone, la cerimonia a carattere spirituale (Ochamori) assunse i contorni di una pratica mondana, cosiddetta tocha, che consisteva in sfarzose gare nelle quali i partecipanti dovevano indovinare il luogo di origine delle foglie di tè che consumavano. Detta prassi prevalse ben presto sull'aspetto cerimoniale comportando la decadenza spirituale della pratica del tè legata ai principi chán e zen.


All'origine della cerimonia formale, che accompagnasse il consumo del tè, vi è infatti una pratica cinese: l'esigenza della formazione di un cerimoniale si ebbe infatti a causa della notevole diffusione di questa bevanda nelle classi aristocratiche durante la dinastia Song (960-1279). Al medesimo periodo risale infatti anche la diffusione di tale pratica nei monasteri Buddhisti chán ove vi era l'uso di bere del tè collettivamente, da una singola tazza, di fronte ad una statua di Bodhidharma. La bevanda, contenendo una buona dose di sostanze eccitanti, rappresentava un ottimo sostegno alle estenuanti pratiche meditative proprie delle scuole del Buddhismo chán.
Fu il monaco zen rinzai Murata Shuko (1423-1502) ad elaborare, sotto la guida del maestro Ikkyu Sojun (1394-1481), abate dell'importantissimo monastero zen rinzai Daitoku-ji di Kyoto , il cerimoniale del Chado. La cerimonia di Murata Shuko e Ikkyu Sojun si fondava sul principio di leggere il Dharma del Buddha anche nella bevanda del tè, eliminando ogni ostentazione di ricchezza tipica della cerimonia del Tocha.
Nel 1489, lo shogun Yoshimasa (1435-1490), si ritirò dall'incarico di governatore e si trasferì in un tempio che aveva fatto costruire a nord-est di Kyoto; la residenza era conosciuta come Ginkaku-ji, il Padiglione d'argento. Yoshimasa trascorse il resto della sua vita in questo luogo, promuovendo le arti e le pratiche tradizionali. Venuto a conoscenza del Cha no yu elaborato da Murata Shuko, lo invitò a mostrargli le relative regole cerimoniali. Per questa ragione, il Ginkaku-ji è considerato, tradizionalmente, il luogo di nascita del Cha no yu. Murata Shuko fu anche il primo ad accentuare il carattere di semplicità di questa cerimonia, a cominciare dall'oggettistica, che riprende forme della stessa cultura contadina.


A lui si deve l'ideazione del chashaku in bambù e la riduzione della stanza del tè a quattro tatami e mezza, in modo da diminuire gli utensili. E fu sempre Murata Shuk&o ad esporre i kakemono, rotoli che riportavano disegni o scritture dei maestri zen all'interno della stanza e a privilegiare gli oggetti carichi di tempo rispetto a quelli di nuova fattura.


Alla morte di Murata Shuko, nel 1502, la pratica del chado si perse per alcuni decenni, anche a causa delle feroci guerre civili che dilaniavano il Giappone. Fu un altro monaco zen, Takeno Joo (1502-1555), allievo di discepoli di Murata Shuko, a riprendere la pratica della Via del tè. Takeno Joo modificò il Cha no yu eliminando gli scaffali per gli utensili e disponendo questi ultimi direttamente sui tatami, come introdusse pure l'usanza di porre il ro (il focolare sopra il quale veniva poggiato il bollitore) direttamente nella stanza della cerimonia, ereditando la prassi dalla cultura contadina.

Diretto discepolo di Takeno Joo, un altro monaco zen, Sen no Rikyu, appunto, (1522-1591), iniziò lo studio del Cha no yu a soli diciassette anni. Sen no Rikyu ricoprì l'incarico di funzionario dello shogun Oda Nobunaga e, dopo la morte, probabilmente per seppuku, di questo shogun, ricoprì lo stesso incarico per il suo successore, Toyotomi Hideyoshi. Tra il nuovo shogun e il maestro del tè nacque subito un rapporto di rispetto reciproco, che consentì la diffusione di questa pratica nell'ambiente dei samurai e persino presso la Corte imperiale , dove il monaco ottenne la possibilità, nel 1585, di organizzare un incontro del tè. Nel 1587, sempre con l'aiuto di Toyotomi Hideyoshi, Sen no Rikyu organizzò una importante riunione sulla cerimonia del tè presso un tempio shintoista nei pressi di Kyoto, invitando centinaia di persone di ogni estrazione sociale. Il grande ricevimento del 1587 fu uno degli ultimi episodi dell'amicizia tra lo shogun Hideyoshi e il maestro del tè. Poco dopo la loro amicizia si incrinò: lo shogun accusò Sen no Rikyu di aver posto all'ingresso tempio Daitoku-ji una propria statua - di modo che lo stesso shogun vi dovesse passare sotto - e di essersi arricchito con la vendita di oggetti per la Cerimonia del tè. A causa di tali dissapori nel 1591 lo shogun Hideyoshi, ordinò a Sen no Rikyu di compiere seppuku. In realtà, le accuse rivolte al monaco si rivelarono presto infondate, così lo stesso Hideyoshi ebbe motivo di ricredersi e, a distanza di due anni dalla morte del maestro del tè, lo shogun decise di riabilitare con tutti gli onori la famiglia di Sen no Rikyu.
Ancora oggi, per la preparazione del tè si usa normalmente il matcha, tè verde polverizzato, che viene mescolato all'acqua calda con un frullino di bambù (chasen).


La bevanda che ne risulta non è propriamente un'infusione: la polvere di tè viene consumata insieme all'acqua, con la quale non si amalgama mai completamente; anche per questo motivo (oltre che per il fatto che il matcha viene prodotto utilizzando germogli terminali della pianta), la bevanda ha un effetto notevolmente eccitante. In effetti veniva, e viene tuttora, utilizzata dai monaci zen per rimanere svegli durante le pratiche meditative (zazen). In alternativa si prepara un tè leggero detto usucha: a seguito dello sbattimento dell'acqua con il frullino, durante la preparazione la bevanda si ricopre di una sottile schiuma.
La cerimonia della preparazione del tè ha attraversato i secoli giungendo fino a noi; è tuttora considerata una pratica spirituale e, malgrado alcuni caratteri rimasti assolutamente immutati, può svolgersi secondo stili e forme diverse. L'ospite è nella tradizionale posizione di seiza. Normalmente, a seconda delle stagioni cambia la collocazione del bollitore (kama): in autunno e inverno è posto in una buca di forma quadrata che costituisce una fornace (ro) interrata, ricavata in uno dei tatami che formano il pavimento. Mentre in primavera ed in estate il bollitore si colloca su un braciere (furo) appoggiato sul tatami.


La forma più complessa e lunga della cerimonia (chaji) prevede in un pasto in stile kaiseki, nel corso del quale viene servito tè denso (koicha) e tè leggero (usucha).


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